“Pittore in scena” a Palazzo Alfieri

Dal primo dicembre al 2 febbraio  il Palazzo Alfieri di Asti ospita ‘Pittore in scena’. Il rapporto tra scenografia e arti visive, di cui pure la scenografia fa parte, è controverso e sfaccettato, perché da un lato lo scenografo è parte di un team, e deve obbedire – con fantasia, estro e originalità, ma sempre con limiti ben precisi – a una struttura narrativa complessa e decisa da altri, dall’altro è costantemente tentato di far rientrare la sua opera tra le cosiddette installazioni, happening, “opere aperte” dove lo spettatore è immerso letteralmente nel contesto, come lo è il cantante o l’attore. Immediato antesignano di questo modo di sentire è l’opera dello scenografo-pittore, come potrebbe essere stato Leon Bakst con le rutilanti tele e cartoni delle scene dei “Ballets Russes” agli inizi del secolo o, partendo dalla parte opposta – il pittore-scenografo – gli esempi futuristi di Giacomo Balla o di Fortunato Depero, su su fino alle rare prove di Lucio Fontana o di Alberto Burri, per non parlare delle assidue frequentazioni scenografiche di Arnaldo Pomodoro: è inevitabile che territori affini e vicini vengano frequentati da artisti – e al contempo da scenografi – curiosi e particolarmente votati alla messa in scena di storie, di narrazioni, di eventi.

Tuttavia, guardando i quadri di Paolo Bernardi, qualcuno potrebbe obiettare che queste opere sono “altro” rispetto al lavoro di scenografo – e al suo in particolare – perché, per esempio, non rispondono a quanto si è appena detto sugli attraversatori di confini linguistici tra scenografia e arte visuale pura e semplice. Le opere di Bernardi – quelle che oggi espone, ma che ha sostanzialmente fatto per sé, nel chiuso del suo atelier – sono di fatto opere astratte e, come diceva (a torto) Picasso “nell’astrazione non riesco a vedere il dramma” e quindi, di conseguenza, non si riuscirebbe a vedere il legame con quella narrazione che abbiamo affermato essere il punto d’incontro tra arte e scena. Ma è proprio così?

Le opere pittoriche di Bernardi non assomigliano a nulla di quanto abbia fatto in scena, da quando ha iniziato nei tardi anni Settanta, ma la vicinanza di cui si parlava non passa certo attraverso una similitudine formale così sciocca, come se ci si aspettasse che lo scenografo-pittore dipinga scenografie formato tela, o faccia quadri formato scena per essere classificato in questo modo! Quell’attitudine narrativa è molto più sottile e nascosta, e forse per questo non è semplice rilevarla. Ci si trova di fronte a grandi “bianchi e neri”, a carboncino, oppure a tele coloratissime, tutti però costruiti secondo andamenti spigolosi, dinamici, tumultuosi – come in certi “scontri di situazioni” di Emilio Vedova – con elementi che quasi si accavallano per dominare il campo, e sono al limite dal diventare un frammento di qualcosa di riconoscibile – un po’ come accade nei disegni di Umberto Boccioni dal 1911 al 1914 -: padri nobili, certo, ma che a prima vista ci dicono solo di una scelta accurata di Bernardi nel campo di un’astrazione al contempo dinamica e costruttiva. Eppure, la scena è solo un poco più in là della superficie